L’estate 2026 si conferma tra le più calde degli ultimi decenni. Ecco cosa fare.
Maggio 2026 è stato il secondo mese di maggio più caldo mai registrato in Italia. Le prime ondate di calore sono arrivate già a giugno, con picchi oltre i 37°C in pianura e temperature notturne che non scendono abbastanza da permettere agli edifici di raffrescarsi. Regioni come Lombardia ed Emilia-Romagna hanno già emesso ordinanze anti-caldo per i lavoratori, mentre il sistema Worklimate di INAIL e CNR segnala livelli di rischio termico elevati in buona parte del paese.
Per chi gestisce uffici, sedi aziendali o siti produttivi in città, questo non è solo un problema di comfort. È una questione operativa, normativa e — in alcuni casi — di sicurezza dei lavoratori. Il climatizzatore che non raffredda abbastanza, il quadro elettrico sotto carico, la finestra senza schermatura solare: in una giornata con 37°C all’esterno, ogni inefficienza si paga subito in produttività, in salute e potenzialmente in sanzioni.
Cosa dice la legge: gli obblighi del datore di lavoro con il caldo
Il punto di partenza normativo è il D.Lgs. 81/2008: l’articolo 63 e l’Allegato IV stabiliscono che i luoghi di lavoro devono garantire una temperatura adeguata e che il microclima deve essere valutato nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). Non è una raccomandazione: è un obbligo di legge.
Il DPR 74/2013 aggiunge un parametro preciso per gli impianti di climatizzazione estiva: la temperatura interna non deve scendere sotto i 26°C (con tolleranza di -2°C). Un ufficio portato a 20°C in estate non è solo uno spreco energetico — è una violazione normativa. La temperatura raccomandata dall’INAIL per gli ambienti di lavoro è tra i 26 e i 28°C, con un differenziale massimo di 6-7°C rispetto all’esterno per evitare sbalzi termici dannosi alla salute.
Nel 2026 il quadro si è fatto ancora più concreto. La Lombardia ha emesso un’ordinanza valida dal 10 giugno al 23 settembre che vieta le attività lavorative all’aperto nelle fasce di picco nelle giornate classificate a rischio Alto da Worklimate. L’Emilia-Romagna si è mossa dall’inizio di giugno. Per le aziende con sedi in città, il monitoraggio quotidiano dei bollettini Worklimate è diventato un’attività operativa reale e aggiornare il DVR con la valutazione del rischio termico non è più rimandabile.
I segnali che l’impianto è in difficoltà
Quando le temperature esterne superano i 35°C in modo continuativo, gli impianti di climatizzazione lavorano al massimo. Un impianto non revisionato consuma fino al 30% di energia in più per produrre la stessa resa e in molti casi non riesce comunque a mantenere la temperatura target. I segnali da non ignorare:
- L’ufficio non si raffredda nonostante il climatizzatore sia al massimo: possibile problema al gas refrigerante, filtri intasati o unità esterna ostruita
- Ghiaccio sui tubi o sull’unità interna: carica di gas insufficiente o circolazione d’aria bloccata
- Gocciolamenti dall’unità interna: scarico della condensa intasato, frequente dopo mesi di inattività
- Odori di muffa all’accensione: filtri e scambiatori sporchi, con possibile proliferazione batterica
- Rumori anomali dalle unità esterne: ventola usurata o detriti accumulati che bloccano lo scambio termico
Ognuno di questi segnali richiede un intervento tecnico immediato. Con il caldo già in corso, i tempi di intervento dei manutentori si allungano rapidamente: chi chiama oggi aspetta molto meno di chi aspetta ancora.
Cosa fare subito: interventi immediati
Prima di chiamare il manutentore, il responsabile del facility o il referente tecnico interno può fare alcune verifiche rapide:
- Pulire i filtri delle unità interne: nei modelli più comuni è un’operazione manuale di pochi minuti che può migliorare sensibilmente la resa
- Verificare che le unità esterne siano libere da ostruzioni: vegetazione, oggetti appoggiati, griglie intasate da polvere. Servono almeno 50 cm di spazio libero intorno per il corretto scambio termico
- Controllare i set point dei termostati: il valore corretto è tra 26 e 27°C, non sotto — sia per normativa che per efficienza
- Verificare che le schermature solari (veneziane, tende, pellicole) siano funzionanti: una finestra esposta a sud senza schermatura aumenta il carico termico del locale fino al 30-40%
- Tenere porte e finestre chiuse durante le ore di picco; sembra ovvio, ma è uno degli errori più comuni in ufficio
Per la verifica del gas refrigerante, la sanificazione degli impianti e il controllo della centrale di trattamento aria è necessario un tecnico certificato F-Gas. Se non è ancora stato eseguito il controllo stagionale obbligatorio previsto dal DPR 74/2013, è urgente pianificarlo: un impianto senza libretto aggiornato espone il datore di lavoro a sanzioni amministrative significative.
L’impianto elettrico sotto carico: il rischio che nessuno vede
Il caldo estremo non mette sotto pressione solo la climatizzazione. L’impianto elettrico di un edificio con tutti i sistemi di raffreddamento attivi sopporta carichi molto superiori alla media annuale. Nei quadri elettrici non revisionati, questo può tradursi in surriscaldamenti, scatti dei differenziali e rischi di cortocircuito.
Due verifiche immediate che non richiedono tecnico specializzato:
- Controllare che i quadri elettrici non presentino calore anomalo all’esterno: un termometro a infrarossi individua i punti caldi senza aprire il quadro
- Testare i dispositivi differenziali (salvavita) con il pulsante di test
Se l’edificio non ha avuto una verifica elettrica negli ultimi tre anni, o se i quadri mostrano segni di usura, è il momento di programmare un’ispezione. Il D.P.R. 462/2001 prevede la verifica periodica dell’impianto di terra ogni cinque anni per la maggior parte degli edifici commerciali: una scadenza che in molte sedi viene sistematicamente dimenticata.
Uffici in città: il problema dell’isola di calore urbana
Le sedi in contesti urbani densi hanno un problema strutturale in più: l’isola di calore urbana. L’asfalto e le superfici degli edifici accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente di notte, mantenendo le temperature cittadine significativamente più alte di quelle rilevate dalle stazioni meteorologiche periferiche: anche di 4-6°C nei momenti di picco.
Un impianto dimensionato per una temperatura esterna di 32°C può essere genuinamente insufficiente in una giornata in cui in centro città si toccano 38-39°C. Non è un guasto: è un limite di progetto che nelle estati normali non emergeva mai. Le soluzioni a breve termine per ridurre il carico termico:
- Schermature solari esterne alle finestre esposte: la misura più efficace in assoluto per ridurre il calore irradiato verso l’interno
- Aerazione notturna: aprire le finestre nelle primissime ore del mattino per abbassare la temperatura dell’aria interna prima del picco diurno
- Riduzione dei carichi interni: spegnere PC in stand-by, monitor non utilizzati, stampanti accese senza necessità: ogni dispositivo genera calore che l’impianto deve compensare
- Spostare riunioni e attività più intense nelle fasce orarie meno calde (prima mattina o tardo pomeriggio) nelle giornate con bollettino Worklimate a rischio Alto
Il punto chiave: il caldo estremo è un rischio strutturale, non un’eccezione
Le ondate di calore intense non sono più eventi imprevedibili: sono parte del calendario climatico estivo italiano, attese ogni anno con frequenza e intensità crescenti. Per chi gestisce edifici e impianti, questo cambia la prospettiva in modo definitivo: non si tratta di gestire emergenze improvvise, ma di prepararsi a una condizione ricorrente.
Un piano di facility management strutturato include oggi la gestione del rischio termico estivo come componente ordinaria: manutenzione preventiva degli impianti completata prima del picco, protocolli per le giornate a rischio alto, verifiche periodiche degli impianti elettrici e — dove necessario — interventi strutturali sulle schermature solari. Non è un costo aggiuntivo: è la condizione per garantire continuità operativa e sicurezza in questa estate e in quelle che verranno.
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