Sei cose che (probabilmente) non sai sull’infrastruttura che regge internet
Quando cerchi qualcosa su Google, quando guardi un film in streaming, quando mandi un messaggio su WhatsApp o chiedi qualcosa a ChatGPT, qualcosa succede e accade proprio in un luogo fisico, di cui spesso ignoriamo l’esistenza. È in un edificio, spesso enorme, spesso anonimo, pieno di server, cavi, impianti di raffreddamento e sistemi di sicurezza. Si chiama data center.
In Italia, questi edifici stanno moltiplicandosi a una velocità sorprendente. E con loro crescono le sfide di chi deve gestirli: tecniche, energetiche, normative. Ma che cos’è realmente un data center e che impatto ha nel nostro paese?
1: L’Italia sta diventando uno dei principali hub europei
Nel 2025 la potenza complessiva installata nei data center italiani ha raggiunto i 609 MW, con 26 nuove strutture realizzate nell’anno. Il dato da solo dice poco, ma il contesto lo rende straordinario: tra il 2026 e il 2028 sono annunciati investimenti per oltre 25 miliardi di euro, distribuiti su più di 80 progetti infrastrutturali.
Le proiezioni dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano indicano che l’Italia supererà il traguardo di 1 GigaWatt di capacità entro il 2028, per arrivare a 2 GW nel 2031. Si tratterebbe di una crescita del 600% rispetto ai numeri del 2024. Per capire la scala: un gigawatt è la potenza di una centrale nucleare di media taglia.
Dietro questa espansione ci sono i grandi nomi della tecnologia mondiale. Microsoft ha impegnato 4,3 miliardi di euro per nuove strutture in Lombardia. Google ha aperto due regioni cloud in Italia. Amazon Web Services è presente con infrastruttura dedicata. Milano concentra oggi oltre il 68% della capacità IT nazionale ma nuovi hub stanno emergendo a Roma, Genova, Napoli e Bari, anche grazie alla crescita dei cavi sottomarini nel Mediterraneo.
2: Un data center consuma tanta acqua quanta ne usa una città
I server generano calore. Tantissimo. E quel calore va smaltito continuamente, altrimenti i sistemi si danneggiano. Il metodo più efficiente per farlo è usare l’acqua che ha una capacità di assorbimento del calore molto superiore all’aria. Il risultato è che un data center di grandi dimensioni può consumare oltre 1,3 milioni di litri d’acqua al giorno.
Su scala globale, i data center statunitensi hanno consumato nel 2023 oltre 283 miliardi di litri d’acqua: una quantità paragonabile a quanto Londra usa in quattro mesi. E quella era la situazione prima dell’esplosione dell’intelligenza artificiale, che richiede una densità di calcolo — e quindi di calore da smaltire — molto più alta rispetto alle applicazioni tradizionali.
Per chi gestisce questi edifici, l’impianto idrico non è un’infrastruttura secondaria: è un sistema critico, soggetto a manutenzione continua, a normative precise e sempre più al centro delle strategie di sostenibilità. Ridurre il consumo idrico senza aumentare eccessivamente quello elettrico è una delle sfide tecniche più complesse del settore.
3: Ogni domanda all’AI ha un costo fisico e si misura in acqua ed elettricità
Fare una domanda a ChatGPT sembra semplice e istantaneo. Dal punto di vista fisico, non lo è. Addestrare un modello come GPT-3 ha richiesto circa 1.287 MWh di energia: l’equivalente del consumo elettrico di una casa americana per 120 anni. Ma anche una singola conversazione con un chatbot AI, dalle cinque alle dieci domande, richiede circa mezzo litro d’acqua per raffreddare i server che elaborano la risposta.
Presa isolatamente, è una quantità irrilevante. Ma quando si moltiplicano per miliardi di conversazioni al giorno, i numeri diventano fiumi di elettricità e milioni di litri d’acqua. I data center che alimentano l’AI sono già tra i consumatori energetici più intensivi al mondo e la domanda è destinata a crescere, non a diminuire.
Questo è uno dei motivi per cui il PUE (Power Usage Effectiveness), l’indice che misura l’efficienza energetica di un data center, è diventato uno dei KPI più monitorati del settore. Un PUE di 1,0 sarebbe perfetto (tutta l’energia va ai server); nella realtà i migliori impianti moderni si attestano intorno a 1,2-1,3. Ogni punto in meno vale decine di milioni di euro di risparmio energetico su scala annua.
4. La temperatura dentro è controllata al decimo di grado ma fuori può fare 40°C
I server operano in modo ottimale in un range di temperatura molto preciso: tra i 18 e i 27 gradi Celsius, con umidità relativa controllata. Uscire da questo range può causare malfunzionamenti, danni ai componenti e, nei casi più gravi, perdita di dati. Per questo i sistemi di raffreddamento di un data center non hanno uno switch off: funzionano 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, senza interruzioni.
Nei mesi estivi, con temperature esterne che in Italia raggiungono e superano i 40 gradi, i sistemi di raffreddamento lavorano al massimo della loro capacità. È il momento in cui emergono i punti deboli: un’unità CRAC con la manutenzione in ritardo, un sistema di free cooling che non riesce a compensare il calore esterno, una perdita nel circuito idrico non rilevata per tempo. Ogni anomalia, in un ambiente dove la continuità operativa è misurata in frazioni di percentuale di downtime annuo, è una criticità.
I data center di classe superiore (Tier III e Tier IV secondo la classificazione Uptime Institute) garantiscono uptime del 99,98-99,999%: significa che il downtime tollerato è di poche ore l’anno. Raggiungere e mantenere questo standard richiede una gestione impiantistica che non lascia spazio all’improvvisazione.
5: La sicurezza fisica è importante quanto quella informatica
Quando si parla di sicurezza dei dati, si pensa immediatamente agli attacchi informatici, ai firewall, ai protocolli di crittografia. Ma un data center è anche un edificio fisico e la sua sicurezza perimetrale è progettata con la stessa cura di quella digitale.
I data center di livello professionale hanno perimetri controllati con recinzioni, telecamere ad alta risoluzione, guardie di sicurezza, sistemi di controllo accessi a più livelli (badge, PIN, biometrica), e in alcuni casi mantrap — anticamere in cui si viene identificati prima di poter accedere alla zona server. Ogni ingresso è registrato, ogni visita documentata. Chi interviene per manutenzione — tecnici elettrici, impiantisti, manutentori — deve seguire procedure di accesso precise e lasciare traccia di ogni attività svolta.
Questo rende la gestione degli accessi una componente fondamentale del facility management: non basta trovare un buon tecnico, bisogna assicurarsi che rispetti i protocolli di sicurezza fisica richiesti dall’infrastruttura. È uno degli aspetti che più differenzia la manutenzione di un data center da quella di qualsiasi altro edificio.
6: Dentro ci sono impianti che non troveresti in nessun altro edificio
Un ufficio ha un impianto elettrico, uno di climatizzazione, uno antincendio. Un data center ha tutto questo moltiplicato per la ridondanza, e con soluzioni tecniche che non si trovano in nessun altro contesto.
Gli UPS (Uninterruptible Power Supply) sono sistemi di continuità elettrica che garantiscono alimentazione ai server anche in caso di blackout della rete. Nei grandi data center sono batterie che pesano decine di tonnellate, capaci di sostenere il carico per i minuti necessari all’avvio dei generatori diesel. Questi generatori — che devono entrare in funzione entro 10 secondi dall’interruzione di rete — sono macchine da centinaia di kilowatt, con serbatoi di carburante dimensionati per giorni di autonomia.
Gli impianti antincendio usano gas estinguenti speciali anziché acqua, perché l’acqua danneggerebbe irreparabilmente l’elettronica. Sistemi che rilevano il fumo nelle primissime fasi, prima ancora che diventi visibile, e intervengono in secondi. Tutto questo va mantenuto, testato, documentato e deve funzionare perfettamente nel momento in cui serve, che potrebbe essere tra dieci anni o domani mattina.
Dalla curiosità alla gestione: cosa serve per far funzionare tutto questo
Capire cosa c’è dentro un data center aiuta a capire perché gestirlo richiede competenze molto specifiche. Non è facility management generico: è la gestione di un sistema di sistemi, in cui ogni componente è critico, ogni scadenza normativa è vincolante e ogni inefficienza operativa ha un costo misurabile.
In Italia, con il boom infrastrutturale in corso — 83 nuovi progetti previsti tra il 2026 e il 2028, per oltre 25 miliardi di euro di investimenti — la domanda di partner specializzati nella gestione e manutenzione di queste infrastrutture è destinata a crescere rapidamente. E la differenza tra chi conosce questo mondo e chi lo approccia come un edificio qualunque si misura in uptime, in costi operativi e, alla fine, in continuità del servizio.



